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I Celti

In quest’ultimo decennio c’è stato un boom della cultura e della musica celtica.
Molti conoscono Asterix e Obelix, hanno letto i canti Ossianici, sognato e fatto viaggi in Scozia e Irlanda e seguito tutti i cicli legati al mito arturiano.

Ma chi sono questi Celti?   Giusto un’infarinatura…
Popolo di origine indoeuropea, divisi in tribù a volte alleate a volte nemiche, occuparono tra il V e il III secolo a.C. gran parte del territorio compreso tra l’Oceano Atlantico e l’est Europa, dalle isole britanniche agli altipiani dell’Anatolia (Galazia).

Diversamente dall’idea comune portata dall’ideologia “classica” di barbaro, i Celti erano un popolo colto e tecnologicamente evoluto in campo siderurgico e agricolo; costruttori di importanti città (se ne contano ben 18 nella sola Gallia Cisalpina), hanno lasciato numerose testimonianze sulle loro elevate capacità artistiche soprattutto nella produzione di armi e gioielli.

Nel nord Italia si stabilirono già durante l’Età del Bronzo, e in particolare nella zona della Lombardia occidentale dove si sviluppò la cosidetta “Cultura di Golasecca”. Le successive migrazioni dalla gallia transalpina del IV secolo portarono l’Italia mediterranea a incontrare e a scontrarsi con questo fiero popolo, che occupò il settentrione italiano quasi totalmente scendendo poi verso il centro oltre il Po in Emilia, nella Romagna adriatica e nella costa marchigiana, fino alla colonia greco-picena di Ancona.

Con l’avanzare di Roma l’età dello splendore celtico venne piano piano meno, fino ad essere inglobato quasi completamente nel grande impero multietnico, con l’esclusione dei territori dell’estremo nord della Scozia e dell’Irlanda.
Influssi di questa grande cultura si sono fatti sentire persino nell’europa medievale, basti pensare al mito arturiano, all’importanza della scuola medica irlandese (surclassata solo dal 1300 d.C dalla scuola salernitana).
I Celti erano un popolo fiero portato alla sottomissione dalla macchina bellica romana non tanto per l’incapacità di fronteggiarne l’avanzata, quanto per l’incapacità di restare uniti come popolo.

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